Che si mangia la coda
Raffiche di vento tiepido. Tutto vola, viene trascinato dalla forza dell'aria, fazzoletti quaderni cannucce pannelli menù del giorno. Chiacchiericcio, mormorio come di ruscello, rintocco di campana. La piazza, il mercato coperto, capelli scarmigliati, tintinnare metallico di cucchiai sulle tazzine da caffé. I miei vicini di tavolo parlano arabo. La loro musica mi spinge indietro, come il vento, Bruxelles Avenue Stalingraad e i suoi bar pieni di uomini scuri e i loro the alla menta. Al mercato di Midi, la domenica, e il suo caos variopinto, le sue crèpes unte strabordanti di pomodori secchi, olive, formaggio e miele. Penso a tutto quello che a Bruxelles c'era, ma non nella mia vita. Dico, quello che c'era, ma che non entrava a far parte della mia quotidianità, pur esistendo. Che non vivevo, di cui non approfittavo - e non è un rimpianto, ma un'osservazione. E' piuttosto un dirsi: ecco, vedi, anche quando le cose ci sono, le abbiamo a portata di mano, sono possibili, ...