Nebbia
E poi improvvisamente
qualcosa si sblocca.
Non si capisce. Perché
oggi, si e le settimane scorse niente.
Come mai sembra che
improvvisamente il grumo che incastrava gli ingranaggi si sia
sciolto.
I denti ancora
digrignano, certo; come pieni di sabbia, stridono nella frizione tra
corpi in movimento.
Ancora dolori nel
petto, come d'indolenzimento, ancora paura, ancora dubbi, ancora una
strada ignota. Però la nebbia, quella coltre quasi felliniana che
appesantiva ogni centimetro dello spazio tridimensionale, che
soffocava la vista, che svelava gli ostacoli solo quando estremamente
prossimi alla ruota anteriore, quella nebbia ha lasciato il posto ad
una cosa luminosa: ancora iridescente, forse, ancora turgida di
particelle d'acqua. Ma luminosa.
Le particelle si sono
diradate, addensate, depositate sul terreno raccogliendo sul loro
cammino anche le polveri sottili, i frammenti di pensieri incongrui,
inquinanti.
Forse non è ancora
aria di montagna. Ma si sta meglio, a respirare, oggi.
È stato come fare fare
fare senza vedere una minima traccia sensata del fare. Avere
l'impressione di guidare alla cieca in uno spazio-tempo insondabile.
Adesso, perlomeno, la strada si vede. Posso sentire le ruote
addentare la neve fresca ed assaporarla con uno scricchiolino
inconfondibile.
La chiamano
metamorfosi. Pare che i succhi gastrici prodotti dal bruco per
digerire il cibo nella sua vita precedente siano gli stessi a
digerire il bruco nella crisalide. Il bruco cessa di esistere. Per
diventare ninfa, perché le cellule immaginarie si trasformino in
cellule reali, perché dal marasma emerga una nuova forma, il bruco
deve abbandonare la precedente. C'è un momento in cui non è niente.
Né bruco né farfalla. Nebbia. Indefinizione.
Dovevo abbandonare
qualcosa di me per poter essere qualcosa di nuovo e completo. Dovevo
pedalare nella nebbia fredda e umida. Costeggiare specchi e corsi
d'acqua appena percettibili. Perdere la sensazione dell'io. Percepire
tutti i contorni sciogliersi in niente, non riconoscermi più in ciò
da cui provenivo, non capire dove andavo. Poi, vedere i miei mezzi di
comunicazione e di trasporto collassare nel giro di una settimana.
Adesso dischiudo le ali
al sole, senza spiccare il volo, le lascio asciugare, riprendo fiato,
il cuore batte ancora all'impazzata e trovo ancora tracce di bava
opalescente delle Cose di Prima.
Ancora molto da far asciugare.
Ma non è grave,
aspetterò ancora un poco.
Non ho più fretta
adesso.
Vedo la strada.



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