18 Marzo 2020



Com'era che diceva
quella canzone di Battiato...? Strani giorni.



Decimo di quarantena.




Il mondo è cambiato
molto rapidamente, e cambierà ancora.




Il nostro mondo, quello
di noi piccoli omini chiusi nei nostri piccoli solchi privilegiati,
con le nostre abitudini, le nostre prospettive, le nostre certezze.




Il futuro, da che era
un gioco da tavolo cartonato con qualche pedina svogliata, molti dadi
e un sacco di possibilità, è diventato una carta velina tesa
all'inverosimile, le pedine sembrano essersi trasformate in piccoli
birilli di piombo traballanti, e c'è un solo dado, impazzito come
una pallina da flipper.




Improvvisamente, dagli sproloqui su questo e su quel tema, questa e quella
questione, relativismo o no? E cosa ne pensiamo dei giovani che usano
la tecnologia in modo compulsivo? Ci farà bene tutto questo smog? Ma
il bio è veramente la soluzione ai problemi del mondo? Hai mai
provato lo yoga? E della gentrificazione, cosa ne pensi? E dei
progetti di ecovillaggi in Senegal? E del cicloturismo? E invece se
facessimo una piccola impresa? E se andassimo a vivere in montagna?
Ti piacerebbe avere figli? Sei sicura di essere pronta per una
relazione? Sai stare da sola? Sai stare davvero nel compromesso? Hai fretta? – e poi









BAM.









Si è imposto, dopo il
primo momento di panico, un silenzio, di quelli col fiato sospeso.




Come se rimanere così,
in apnea, in un certo modo potesse salvare la carta velina.




Come se potessimo così
prolungare ancora un po' quella sensazione che no, non sta succedendo
niente in fondo. Si tratta solo di stare un po' in apnea ma poi si
torna a galla. Tutto qui. Si, beh, certo, ci sarà qualche scossone.
Ma si torna a galla.




Dalla varietà quasi
ormai asfissiante e ormai priva di ardore degli argomenti possibili,
siamo finiti ad averne uno e uno soltanto; che monopolizza qualsiasi
pensiero, conversazione, qualsiasi vita, ed
è come una pianta infestante, toglie ossigeno e nutrimento alle
altre fino a spingerle all'atrofia ed alla morte.




Anzi,
non è nemmeno un argomento, è una domanda. E la domanda vera non è:
morirò? Me lo beccherò anch'io? Morirà qualcuno a cui tengo? Più
di uno?




No,
la domanda è semplicissima, ed è: e
poi?
E poi cosa succede.





Perché
alla fine se muoio, boh, pace. Sarò morta. Se me lo becco e non
muoio, sarà una merda, e però poi passerà. Se morirà qualcuno a
cui tengo sarà orribile, una sofferenza che non ero pronta ad
affrontare adesso. Ma non siamo mai pronti. Il dolore per le
perdite è
 orribile. Che sia un virus, un cancro, una guerra, un incidente.




No,
la domanda vera è:
e poi.




Mentre molti anziani
muoiono, e poi piano piano anche altri; mentre il sistema sanitario
mostra la sua fragilità dopo anni di smantellamenti; mentre medici
ed infermieri sono allo stremo; mentre le scuole, le
università sono vuote e chiuse, i giovani i medi i vecchi sono
improvvisamente privati dei loro ecosistemi più o meno vasti e
articolati di interazione sociale non virtuale; mentre certe aziende
chiudono e altre rimangono aperte incuranti della tutela dei loro
dipendenti; mentre gli stati varano decreti ma le divergenze
economiche e sociali sono pronte a polarizzarsi ancora di più;
mentre un serpeggiante stato di controllo sociale trova molte porte
aperte dove fino a ieri non c'era nemmeno uno spiraglio; e al tempo
stesso mentre chiunque sente di avere più ragioni valide degli altri
per infrangere i divieti; mentre molti sistemi e meccanismi
s'incepperanno e cadranno rovinosamente... cosa s'infilerà nel vuoto
lasciato? A cosa stiamo per fare spazio? E tra quanto? E come?









E così tutto il resto
passa in secondo piano. La casa che ti eri messa a cercare. Il nuovo
fremito al petto. La musica ritrovata. La sensazione di aver trovato
un equilibrio, finalmente, senza dover più smaniare per scappare
altrove.




Tutto passa in secondo
piano perché improvvisamente la carta velina è molto, molto tesa. E
domani il lavoro pagato bene potrebbe sparire, i soldi potresti
doverli usare per pagare l'affitto senza sapere per quanto, il
fremito al petto che quasi avevi già chiamato con parole di un certo
spessore è improvvisamente diventato un puntino lontanissimo e
insondabile e inaccessibile e freddo, la musica è un suono sordo e
senza meta, e l'equilibrio è quello di birilli di piombo sulla carta velina, lo spazio
è diventato pochissimo e il viaggio potrebbe scomparire per molto
tempo dalle categorie di possibilità accessibili. Eppure ancora non
è vero, stiamo in apnea ancora un po', tornera tutto come prima,
andrà tutto bene.




Strani giorni.






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