19 Marzo 2020



Ho avuto un flash di te. Era diverso da quelli che stuzzichiamo per non dimenticarci quanto era bella la pelle contro la pelle, per soffiare sulle braci intimorite, per distrarci dai punti interrogativi quotidiani.


Era un flash di te fatto di molti altri, come un mosaico instabile di frammenti di un tempo condiviso che era ancora troppo minuto, un frutto ancora troppo acerbo per essere strappato alla pianta.


Sento che molli la presa, dolcemente, l'animo invischiato in troppi vortici, in paure antiche risvegliate da paure nuove. Sento le tue dita farsi lontane, più lontane di questi pochi chilometri che ci separano, lontanissime, evanescenti.


Sento che vuoi proteggerti da un ennesimo dolore, che vuoi fuggire ma ululi da bestia incarognita perché non puoi farlo, come tutte e tutti noi.





Forse non te l'ho ancora esplicitamente detto, ma è la prima volta che non ho paura dell'attesa, della distanza, che non dubito, non vacillo, che il mio cuore sta, sereno, come un'isola in mezzo a un oceano, e ti guarda, amorevole. Vorrei che tu lo sapessi, e posso provare a dirtelo in tutte le lingue di cui posseggo vagamente un codice. Vorrei poterti mostrare quanto questo evento sia di un'eccezionalità portentosa, indescrivibile, come il germogliare di un seme paleolitico, come una risorgiva in pieno deserto, il sopravvivere di un migrante all'orrore del mare dopo interminabili altri orrori, vorrei dirti quanto è incredibile, farti rileggere tutta la mia storia, le parole e le emozioni sognate per lasciarti guardare questo avvenimento con lo stupore e la meraviglia di un bambino di fronte all'aurora boreale.


Ma so che non c'è solo la mia storia. C'è la tua, che scopro poco a poco. Ferite e cicatrici che fanno dolorare parti di te che non so, e che forse anche tu non hai voluto incontrare per molto tempo. Annuso la tua paura.


E poi c'è la Storia, quella che ci sta travolgendo. Quella che ci impone una distanza spaziale e temporale, l'una ben definita e ridicola, l'altra indefinita, ignota, minacciosamente lunga.


Vorrei poterti lanciare tutte le mie reti di pescatrice per frenare questa tua volontaria deriva verso un dolore ingrato ma conosciuto, che ho la sensazione tu preferisca all'ignoto, potenzialmente crudele, potenzialmente magnanimo, forse entrambi, ma fondamentalmente insondabile e non controllabile.


Eppure, per la prima volta, non voglio salvare nessuno. Non voglio curare le tue ferite. Non voglio essere il balsamo di nessuno, non voglio incaponirmi a tener su un corpo che vuole lasciarsi cadere, non voglio inventare stratagemmi folli e strazianti per farti sorridere un secondo in più, per inventare nuovi giochi per giocare insieme qualunque siano le circostanze, se tu non vuoi sorridere, se tu non vuoi giocare.


Sono serena come un'isola in mezzo all'oceano, ma non posso lottare al tuo posto.





Forse devo lasciarti alla deriva, anche se mi urta il pensiero di dare un'apparente conferma al tuo desiderio di profezia autoavverante.


Devo lasciarti attraversare questo dolore solitario, esplorare gli angoli bui e polverosi e ingnoti del tuo continente, lasciarti il tempo e lo spazio mentale di farvi ordine e pulizia, lasciarti il tempo accogliere le bestie che vi sono rimaste intrappolate e dare loro l'amore che non hanno ricevuto.





Sarai tu a dovermi dire cosa vuoi. Io non posso. Dillo tu.





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