L'estate di Damocle
Finalmente mi concedo il primo momento di nulla, dopo tanto tempo.
Seduta al tavolino di un bar mai frequentato prima d'ora, in piazza, con la brezza pomeridiana di un Luglio insolitamente fresco ad accompagnare il chiacchiericcio sommesso dei tavoli circostanti.
Un sottofondo pacato. Tutto è quieto, delicato, gentile, come questo sole che non ustiona.
Su questa pace aleggia un timore, un sull'attenti costante. Siamo in tacita allerta.
Cocktail Spada di Damocle specialità dell'estate 2020.
Nei mesi di clausura si sono spese molte parole, fiorivano analisi, riflessioni ed introspezioni sul cosa, come e perché si stesse come si stava; era sbocciato un prolifico monitoraggio dell'interiorità, perché l'esterno ci era precluso, e per molte e molti di noi la clausura ha rappresentato un aumento di tempo e una diminuzione di spazi, un incremento di silenzio e una drastica lacerazione di quei fili invisibili che abitualmente ci nutrivano in presenza fisica di altri corpi.
E poi è successa la tanto anelata fase due, e poi la fase tre, e poi nessuno ha capito più niente, cosa si potesse dovesse volesse fare, e perché, e poi nessuno ha più avuto tempo per auscultare la micro-tettonica a zolle delle nostre anime in convalescenza collettiva, come se ci avessero dimessi tutti troppo presto, o come se non ci avessero detto che questa era una convalescenza - e come tale, che avremmo dovuto prendere tutta una serie di precauzioni per coadiuvare la guarigione - e BAM. Ci avessero riversato di nuovo tutti nella corrente. Nella Vita. Quella di prima? Non proprio. Di dopo? Non ancora.
Di prima no, perché dopo un trauma non si può essere esattamente le stesse persone che eravamo.
E di dopo nemmeno, perché è troppo presto per fare piani, per guardare gli eventi passati con distacco e prepararsi a quelli futuri guardando in prospettiva, è troppo presto per tirare un sospiro di sollievo profondo e dichiararsi ufficialmente fuori dalla palude di merda. C'è chi sta realizzando solo adesso che la palude di merda è ben più profonda ed estesa di quello che sembrava due mesi fa. C'è chi si sta rendendo conto che non basta un contentino tappabuchi per chiudere la voragine che si sta creando davanti ai nostri occhi.
E la spada è qui sopra le nostre teste, appesa al suo crine di cavallo bello sottile, che oscilla lieve con la brezza pomeridiana di un Luglio insolitamente fresco, e anche se concentriamo lo sguardo solo sul nostro bel bicchiere di birra dorata sul tavolino di questo bar appena scoperto, lei è lì.
E questo ci rende nervosi, a fior di pelle, pieni di ansie apparentemente inspiegabili. Inspiegabili come la risposta esasperata della cassiera a quel cliente lievemente rincoglionito, poverino - ma nessuno ti racconta mai che è il ventesimo cliente rincoglionito della giornata, e che suo padre non sta bene e non arriva a fine mese coi soldi ed è troppo stanco per reagire e si sta lasciando andare, e che è una settimana che spera di riuscire a farsi una lavatrice perché le rimangono solo due mutande pulite nell'armadio.
"Beh ma che esagerazione", ti viene da dire sottovoce, osservandola sbraitare esasperata.
Ecco. In questo momento è come se avessimo questa vocina sommessa nel cervello, che mormora "beh ma che esagerazione" ogni volta che abbiamo un incomprensibile scatto d'ira, o una crisi di pianto, o un senso di urgenza ma non sappiamo nemmeno bene di cosa, o un senso di saturazione che ci rende intrattabili e spossati, o la sensazione di essere profondamente, globalmente incompresi, o tutte queste cose messe insieme.
Inspiegabili. Esagerati.
Ma c'è ben poco di esagerato, viste le premesse.
La fase Bomba Libera Tutti ha avuto, su molte e su molti, l'effetto di un acceleratore di particelle, di amplificatore di tutti quei processi infiammatori che erano stati messi in pausa durante la clausura.
La clausura non ci ha cambati, né ci ha resi migliori come qualche inguaribile ottimista (e naif) aveva pronosticato: ha avuto la stessa dinamica (per quanto in versione negativa) di un'esperienza liminale come un campo vacanze, o una crociera.
Tutti estirpati dalle proprie routine, costretti a cambiare ritmi, costretti ad adattarsi in fretta ad un cataclisma psicologico, relazionale e spaziale.
Questo ha incrinato relazioni, ne ha nutrite altre, ha creato fratture insanabili come insperate - e circostanziali - cooperazioni e sodalizi.
Ma quei sodalizi hanno avuto la consistenza del ribaltamento dei ruoli tra Raffaella e Gennarino in "Travolti da un insolito destino": finché si è sull'isola, ci si può permettere di uscire dai propri ruoli. Finché si è in colonia estiva ci si può pure innamorare dello sfigato. Parlare coi condomini mai considerati prima d'ora e fare cene dai balconi. Scoprire microcosmi, inventarsi famiglie e rituali tra coinquilini.
Ma sono realtà delicate come la pelle opalescente di una bolla di sapone: basta la punta affilata di una spada di Damocle e tutto va in frantumi. E tra l'altro peggio di prima, perché è arrivata l'ansia, l'incertezza, la confusione, la paura; e da che si pensava finalmente di capirsi, improvvisamente nessuno capisce più nessuno né si sente capito, nessuno ha più pazienza, nessuno ha più energie, è una babele di lingue intraducibili e segni ermetici e violenti che non comunicano niente, ma rimangono lì, a urlare e strombazzare nel traffico, con le vene gonfie e pulsanti e gli occhi iniettati di sangue.
E in tutto questo, guardo la mia birra dorata attraversata dai raggi di quest'ultimo sole pomeridiano, e penso che se dovessi perdere nuovamente la libertà di camminare, sfiorare le foglie dei cespugli insignificanti che sporgono dai cancelli, respirare l'aria fuori, cambiare prospettiva salendo in collina, ecco, se dovessi perdere nuovamente quella libertà lì penso che impazzirei.
La mia scrittrice preferita!
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