Riflessioni pandemiche

Gentrificazione
delle aree interne, ruralismo contemporaneo, romanticismi bucolici ed altre
faccende su cui potremmo, borghesemente, un attimo riflettere

Il mio cervello ha un brutto vizio. Tende a spendere gran parte delle sue (mie) energie e del suo (mio) tempo nell'attività immaginativa e speculativa. Dico brutto, perché purtroppo toglie per l'appunto energie e tempo ad altre attività più utili e concrete (tipo concentrarmi sul lavoro e guadagnare la pagnotta), e m'intasa di pensieri, visioni e preoccupazioni che spesso portano ad una spossatezza tale da richiedere altrettante energie per essere smaltita.

Di fatto, è come se un piccolo esercito di formiche diramasse la sua forza esplorativa lungo miliardi di potenziali 'e se...?', come a voler mappare tutti i sentieri del possibile. Con perizia ed involontaria costanza, traccia, sonda, annota, connette e disconnette eventi, come un computer con miliardi di processi attivi nel retrobottega, e poi formula ipotesi assolutamente superflue, le confuta, e formula  altrettante nuove ipotesi inutili (che a volte, per pura fortuna o pura statistica, ci azzeccano, assumendo l'inquietante volto di una Cassandra indesiderata).

Ecco dunque le mie riflessioni pandemiche attuali.

Complici la pandemia e il vertiginoso calo di tutte quelle attività sociali e materiali che ci spingevano per la maggior parte del tempo a vivere il qui ed ora, la sottoscritta, nonché molte delle persone che conosco, è giunta alle seguenti - abbastanza banali - considerazioni:

  1. Per mantenere un livello di equilibrio psicofisico decente abbiamo bisogno: di muoverci/fare; di passare fisicamente del tempo con le persone amate e farci delle cose assieme (e non solo di parlarci); e di vedere ed esperire non solo schermi e cemento, ma anche il fuori. Ognuno ha bisogno di ciascuna di queste cose in misura diversa, ma questi tre elementi sono ragionevolmente fondamentali per il benessere di una persona. In soldoni, non siamo fatti per rimbalzare unicamente nei nostri cervelletti e per trascorrere le nostre giornate unicamente in realtà virtuali. Ma va.
  2. Se prima il futuro era incerto, ora è un buco nero che inghiotte luce e rimbalza fuori le domande che gli vengono poste. Non molto carino da parte sua.

E fin qui, niente di nuovo.

La cosa interessante è che ho la sensazione che queste considerazioni stiano a poco a poco coagulandosi in un crescente desiderio, sempre più diffuso - preesistente certo alla situazione pandemica, ma da essa accelerato - di 'lasciare la città', di 'cambiare vita'. Come se la voglia di concretizzare futuri sognati e ri-sognati, alternativi a quello che in ogni caso era precario e che ora è stato probabilmente licenziato, fosse diventata più urgente. Sento parlare sempre più spesso di 'comprare un rudere', o di 'lavorare da remoto si, ma nel verde'; oppure cambiare proprio attività e tornare a quelle care, vecchie, solide attività contadine: una vita difficile, certo, ma che sicuramente ripaga gli sforzi con ore ed ore di sana attività all'aria aperta, e con la gratificazione dei frutti della Terra (ovviamente mi includo in questo gruppo di sognatori ingenui): in poche parole, un nuovo avvento del ruralismo(*1). Con... qualche differenza però.

A prescindere dalle critiche che un contadino potrebbe giustamente muovere nei confronti di questo romanticismo bucolico, cominciando con le bestemmie al passaggio di una banalissima eppure devastante grandinata, e finendo con quelle relative al magico e smisurato mondo dei parassiti, c'è un'altra cosa che il mio cervellino ha pensato.

I nuovi ruralisti non sono, né sono mai stati, contadini, come invece furono i primi promotori di questa, diciamo così, ideologia. In campagna, in montagna e nelle cosiddette aree interne (*2) italiane, a comprare i ruderi e a rimetterli a posto saranno quelli che, fino a qualche tempo fa, andavano a comprare le fabbriche in disuso e le case ammuffite nei quartieri sfigati. Quelli che poi, dopo qualche anno, ci hanno magari aperto le varie Bruschetterie, I Laboratori Meccanici del Gusto, le Spaghetterie a Vapore, i Coworking nelle Serre e tutta quella lunga serie di luoghi 'concept-based' che hanno trasformato periferie popolari e città in luoghi alla moda (fauna e fenomeno meravigliosamente rappresentati dal libro 'City Quitters' di Karen Rosenkrantz, completo di estetica ammiccante e fotografie patinate di giovani coppie di creativi scaruffati ma eleganti, sorridenti e circondati da piante ed elementi d'arredo rustici ma restaurati con gusto). E guarda caso, le aree interne italiane hanno alcune caratteristiche molto affini ai quartieri sfigati: sono marginali, hanno pochi servizi e di sempre minore qualità, e sono state lentamente svalutate. Con una succulenta differenza però. Hanno un'incredibile, generosa 'disponibilità elevata di importanti risorse'. Praticamente una miniera di diamanti a cielo aperto per l'imprenditoria creativa. Effetto Far West: pionieri che esplorano (o che riscoprono) lande desolate, abbandonate e selvagge, per carpirne la linfa e trasformarle, e spianare la strada al progresso, all'innovazione... e alle bolle speculative.

Intendiamoci, non è che sia per forza un male rimettere in sesto un edificio abbandonato e ridare senso e vitalità ad un luogo triste e degradato. Anzi, come atto in sé e per sé lo trovo encomiabile.

Quello che invece rischia di essere un male, per come la penso io e per come forse la pensano i critici di quel fenomeno complesso e controverso che è la gentrificazione(*3), è la totale mancanza di visione a lungo termine degli effetti che tali eventi hanno sulle comunità autoctone, e nel caso delle aree interne, anche sugli ecosistemi. Non solo, ma questa mancanza di visione è spesso accompagnata dalla totale assenza di coinvolgimento di quelle comunità nell'operazione di restyling. Insomma, come se arrivasse un tizio a casa vostra, vi buttasse fuori, ve la riarredasse completamente e la trasformasse in un cohousing per freelancers stranieri con maggior potere d'acquisto del vostro, e arrivederci senza il grazie.

Che, per carità, è l'essenza del capitalismo: ho i soldi? E allora posso. Gli altri che non possono, cavoli loro. Che ci devo pensare io?

Ora, quello che sta pandemia ci sta facendo intravedere in modo un pelo più concreto, come d'altronde farà presto anche il riscaldamento globale, ed in modo ancora più devastante, è che sbattersene del fatto che siamo tutti interconnessi è una gran cagata. E che insomma possiamo, ma fino ad un certo punto magari.

E forse quel 'certo punto', oltre il quale non ha senso andare perché le conseguenze sono maggiori dei benefici, dovremmo ridefinirlo. E non in un senso moralistico, o nostalgico; ma piuttosto estremamente pragmatico: per adattarci ai cambiamenti che si profilano all'orizzonte, dovremo cambiare strategia.

E forse in questo cambio di strategia sarà cruciale re-imparare a fare le cose in concerto, e a smettere di sgomitare per fare i solisti col concept più figo. Forse sarà vitale re-imparare che 'stare in mezzo alla natura' significa qualcosa di molto poco glamour, che raramente fa figo su Instagram. Che vivere lontani dalla città non significa aspettarsi inconsciamente di trovare quello che c'era in città, né forse ha senso tentare di riprodurre gli stessi meccanismi e la stessa mentalità. Che accaprarrarsi le tradizioni mettendoci sopra un'etichetta d.o.c. o una  per attirare una nuova ondata di turisti affamati di sensazioni forse non è una strategia lungimirante, né veramente integrata al preesistente.

Anche il turismo sta cambiando, e sta mostrando i suoi lati oscuri.

Inoltre, altra cosa che il mio cervellino ha elaborato è: se i più abbienti potranno permettersi di andare a vivere 'scomodi' in campagna, permettersi di stare in zone prive di servizi perché tanto avranno i soldi per la macchina e per la benzina e per i pannelli solari, in città chi ci rimarrà? E come? Cosa diventeranno le periferie? Chi non ha mezzi adesso non ne avrà comunque; e i pochi servizi esistenti sono e saranno sempre più zoppicanti. La Natura sarà appannaggio dei ricchi. Le periferie sucheranno, come sempre. Non interesseranno più nemmeno gli hipster con la smania del suffisso e le loro cose-rie varie, perché saranno già corsi a fare yoga in mezzo alle mucche.

Una volta che il filone dei quartieri sfigati sarà esaurito la gentrificazione volgerà lo sguardo altrove, e lascerà la sua fiamma precedente completamente spolpata, senza che la ricchezza generata sia stata equamente distribuita, senza che abbia generato benessere orizzontale, che abbia attivato servizi veri (ormai unicamente a carico dell'associazionismo e non delle istituzioni) piuttosto che supercazzole utili solo a chi può permettersi il futile.

Quello che mi viene da concludere è: si, immaginiamo e costruiamo nuove quotidianità. 

Ma riflettiamo anche su questioni meno idilliache. Riflettiamo a cosa vuol dire inserirsi in un mondo preesistente, e al come. Facciamo del nostro meglio per introiettare il senso più profondo di rispetto, ascolto, e collaborazione. Di compromesso. Sono questioni articolate, e difficili. Ci vuole tanto, tantissimo tempo, e pazienza, e non sempre si trova o si mantiene l'equilibrio giusto perché queste nuove quotidianità rimangano in piedi. E soprattutto non sempre le persone ed i luoghi sono pronte o favorevoli ad accoglierci. Sono questioni a cui non siamo assolutamente abituati, perché non le abbiamo mai esperite.

Ma saranno tutte urgenti necessità, molto presto: sia dentro che fuori dalle città.





(*1) Ruralismo: collocabile nel filone del pensiero filosofico tradizionalista, non è un movimento politico-culturale omogeneo. Ruralisti, infatti, sono partiti politici sia progressisti, che conservatori. [...] Attualmente il ruralismo è rivendicato da parte dell'area ambientalista o ecologista. Questo ruralismo è fondato sulla territorializzazione, sull'autoproduzione (di energia, cibo, conoscenza, senso, istituzioni sociali) in chiave antiborghese, anti-individualistica, anti-industriale, anti-scientifica. M. Thomas Inge, l'autore del libro 'Ruralismo nella letteratura americana', lo definisce attraverso i seguenti principi fondamentali:

  • La coltivazione del suolo permette un contatto diretto con la natura; attraverso il contatto con la natura, il rurale acquista le virtù di "onore, virilità, autostima, coraggio, integrità morale ed ospitalità".
  • Il coltivatore "ha un senso d'identità, un senso di tradizione storica e religiosa, un sentimento d'appartenenza ad una famiglia, ad un luogo e ad una regione concreti, i quali sono psicologicamente e culturalmente benefici." L'armonia nella sua vita controlla le intrusioni della società moderna, frammentaria ed alienata, che si è sviluppata in una scala disumana.
  • In contrasto, l'agricoltura offre maggiore indipendenza ed autosufficienza. Essa ha una posizione solida e stabile nell'ordine mondiale. Ma la vita urbana, il capitalismo e la tecnologia distruggono l'indipendenza e la dignità, mentre incoraggiano il vizio e la debolezza. La comunità agricola può provvedere a controllare e bilanciare gli squilibri della società moderna attraverso l'unione del lavoro e della cooperazione con gli altri agricoltori, i quali seguono i ritmi della natura.

(*2) Aree interne: secondo la definizione contenuta nella Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), le aree interne sono «quelle aree significativamenti distanti dai centri di offerta di servizi essenziali (di istruzione, salute e mobilità), ricche di importanti risorse naturali e ambientali e di un patrimonio culturale di pregio». «Sono fortemente diversificate per natura e a seguito di secolari processi di antropizzazione». Nelle aree interne «vive circa un quarto della popolazione italiana, in una porzione di territorio che supera il sessanta per cento di quello totale e che è organizzata in oltre quattromila Comuni» (DPS, 2014).

(*3) Gentrificazione: concetto sociologico che indica il progressivo cambiamento socioculturale di un'area urbana da proletaria a borghese a seguito dell'acquisto di immobili, e loro conseguente rivalutazione sul mercato, da parte di soggetti abbienti. Sinteticamente, può essere definita come processo di imborghesimento di aree urbane un tempo appannaggio della classe operaia, la quale è progressivamente rimpiazzata non potendo più economicamente sostenere i nuovi standard qualitativi del luogo di residenza



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