Il pianista innamorato
parte seconda: ventidue anni dopo.
Ventidue anni dopo. Scoprire di aver costruito la mia identità su un fraintendimento. Su un'errata lettura dei comportamenti altrui. Scoprire di aver costruito i miei rapporti amorosi successivi basandomi su quel rifiuto che in realtà non era un rifiuto, ma una manifestazione speculare della mia mancanza di strumenti, della mia paura, del mio imbarazzo.
Scoprire di aver costruito la percezione di me stessa, una percezione ormai difficile da scalfilre e reintegrare con nuove versioni di me, su un assunto errato, su un'affermazione sbagliata, scoprire di aver costruito una cosmogonia completa basandomi su rilevazioni completamente falsate, aver capito fischi per fiaschi e averlo scolpito nella pietra.
Ventidue anni dopo scoprire per caso.
Per gioco tirare fuori quella cosa perché ormai per fortuna non scotta più, perché per ventidue anni si è vissuto altro, esperito altro, ed ormai quella cosa ha il valore preziosissimo ma incorruttibile di una foto ricordo; dunque tirarla fuori senza il timore di venire feriti, senza immaginare. Che. L'esito poteva essere tutt'altro da quello che per ventidue anni ho pensato fosse la verità, quella verità dura da accettare ma in fondo prima o poi bisogna imparare il rifiuto, mi dicevo; prima o poi bisogna smettere di vivere su un altro pianeta, prima o poi bisogna scendere sulla terra, smettere d'innamorarsi e vivere la vita Vera che ha molte meno farfalle nella pancia e certamente nessun pianista innamorato.
E invece il pianista un po' era innamorato.
Hai capito Giulia.
Era innamorato.
Anche lui.
Forse non proprio come l'avevi immaginato tu, e comunque alla fine dei conti sareste stati una coppia come tutte le altre, e come tutte le coppie alla fine la vita Vera avrebbe comunque presentato il conto, e avuto molte meno farfalle nella pancia lo stesso, e poi forse nessuno sarebbe stato più innamorato comunque; ma tutto questo non toglie niente al fatto che, ventidue anni fa, il pianista era davvero innamorato, e non aveva capito un cazzo, come non avevo capito un cazzo io.
Che ridicoli che siamo, che tenerezza, che paura, capire che una vita intera può incanalarsi su binari solidissimi e costruiti su teoremi campati per aria, basati su sensazioni, non detti, paure, vergogne, solo perché due adolescenti non avevano modo di capire come fare per prendere il coraggio a quattro mani - quelle mani che con sicurezza percorrevano i tasti del pianoforte, e riuscivano a dire chissà quante cose in più, di quelle che le parole non sarebbero mai riuscite a dire - e rischiare cazzo, rischiare la padellata in faccia, rischiare il tutto per tutto e buttarsi per poi scoprire che sotto non c'era una piscina vuota ma un mare pieno, rischiare un centimetro in più forse, sarebbe bastato pochissimo.
E mi ricordo ancora la prima volta che ti ho visto - che poi chissà, forse anche questo ricordo è manipolato, forse in realtà non è nemmeno andata esattamente così, ma è questa la storia che si è raccontato il mio cervello per anni in ogni caso - sotto la Galleria dove c'era il negozio di musica e il negozio dei miei genitori, e c'era la festa della musica, e c'era un pianoforte, forse un mezza coda, non so, sembrava gigantesco, e poi c'eri tu, e suonavi della roba che per me tredicenne aveva dell'assurdo, e capire che la mia passione per inventare canzoncine con la bontempi poteva andare oltre, avere quella specie di illuminazione inconscia che in fondo derivava dal fatto che in quel preciso istante a sentirti suonare e vederti mi si erano bruciati un po' di neuroni in contemporanea, e volevo improvvisamente piacerti, volevo diventare la pianista più brava del pianeta, così che tu potessi alzare gli occhi da quel pianoforte e guardarmi con lo stesso sguardo incendiato con il quale ti stavo guardando, ed è stato così che ho iniziato ad andare a lezione da Maurizio, oppure ci andavo già ma ho iniziato a voler spaccare anch'io, ed era dove andavi a lezione anche tu, ed è stato così che ho scoperto la Musica, che le ho dato un po' più forma, che ho visto - e sentito - un Hammond per la prima volta, che ho scoperto il jazz, il funky, che ho scoperto cosa volesse dire stare su un palcoscenico e cacarsi sotto dalla paura, ed è stato così che ho scritto una canzone che s'intitolava 'Mr Talentino I love you' e poi ho dovuto cambiare le parole per poterla portare al saggio, e intanto speravo tutte le volte che passassi da Maurizio mentre noi avevamo lezione, solo per arrossire e balbettare due frasi in croce e passare il resto della settimana con il cuore in gola. Ed è stato così che ho scritto un racconto, 'Il pianista innamorato' immaginandomi di essere te, a studiare pianoforte ore ed ore, e poi improvvisamente un giorno vedere una figura misteriosa apparire oltre la tua finestra. Oltre il tuo pianoforte. E in quel mistero lasciarti scivolare. E innamorarti. Di me.
E poi mi ricordo la festa di fine anno della scuola. Villa Cappugi. La piscina. C'era anche Valentina, ricciola bellina più grande. E quando è arrivato il momento di giocare a torri, e far salire qualcuno sulle tue spalle, mi ricordo dicesti qualcosa tipo ' preferisco qualcuno che conosco meglio', indicando lei.
Boato. Bum. Castello di speranze flebili ma ardentissime che si sbriciola come una montagna allo scoppio della dinamite.
Ed è stato lì che ho deciso. Che era un chiaro segnale che tu non avevi alcun interesse per me, anzi, che ti facevo forse pure un po' ribrezzo. Chi la vuole sulle spalle quella sfigata lì. Che poi sembra pure un topo, con sti occhiali che sembrano fondi di bottiglia. Manco sa suonare. E tutte queste cose me le sono dette io, non certo tu o qualcun altro. E me le sono ripetute per così tanti anni, fino a che non ci ho creduto. Fino a che non ho deciso che potevo continuare a suonare, ma non ad innamorarmi, perché tanto ero una sfigata e perché in ogni caso se ci s'innamora davvero nessuno alzerà mai gli occhi dal pianoforte per guardarci così come lo guardiamo noi. Poi ho anche smesso di suonare, alla fine, tanto non avevo quella forza d'animo che si richiede al musicista di professione, e non avevo la voglia di star ferma in un posto solo. Avevo fame di mondo, e sono partita, lasciandomi Pistoia, la Musica, i Pianisti e tutti gli amori e le sconfitte di quel periodo alle spalle.
E così per anni ho deciso che non mi sarei innamorata. Piuttosto che gli altri s'innamorassero di me. Piuttosto scegliere qualcuno che ci stava sotto pur di non starci sotto.
Poi, per fortuna, ho capito che questa strategia era terribile. Ci ho messo un po' a capirlo, anzi, molto, ma poi l'ho capito. Mi sono innamorata, e ho fatto il passo verso la piscina potenzialmente vuota. E non era vuota. Poi certo, la vita Vera ha fatto il resto, e comunque forse quella piscina aveva anche tanti problemi ai quali bisognava far fronte in due, e mancavano altri strumenti, ma questa è un'altra storia.
Adesso ho trentacinque anni e sono in un'altra piscina piena che amo molto, ma che ha un problema di prospettive non da poco, e io sono confusa, e scopro che il pianista era innamorato, e ora che scrivo tutto questo non so cosa pensare; certo non penso al pianista di oggi, però penso a quante scelte ho fatto pensando che la Scelta giusta da fare fosse quella di tenere i piedi per terra e fare le cose che hanno senso, perché quelle che non hanno senso sono solo stupidaggini da ragazzine innamorate di pianisti assolutamente non innamorati.
Forse ho bisogno di un attimo di silenzio, di una pausa perché è come se mi avessero rovesciato l'ordine cosmico del cervello, è arrivato un Copernico ieri, e ora non posso più guardare le cose come le guardavo prima ma non so come guardarle adesso, e vorrei solo scrollarmi di dosso tutto e partire, come ho sempre fatto quando ho avuto paura.
Il pianista
Era
Innamorato.
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