Torniamo a scorrere
Giorni che si susseguono. Parentesi di cielo azzurro tra i rami. Cartocci di foglie che s'involano con la polvere. Cime innevate in lontananza, oltre i palazzi, cornici serafiche della nostra irrequietezza.
Tutta questa fatica. E' solo il tempo a divorarsi la lievità? O sono virate dell'esistenza a farci venire la nausea?
Ma perché contorcersi?
Perché insistere nel soffrire?
Perché agitarsi?
In fondo non è necessario. Non serve. Non aiuta. Non giova. Non nutre.
Il dolore, è vivo. Esiste, è inevitabile, la vita non può prescinderne.
Ma la sofferenza è morire piano, bere uno stillicidio di veleno, caderci dentro, aprire la bocca e ingoiarne galloni, annaspare, bere ancora, annaspare ancora, lamentandosi, riempiendo di nuovo la tazza e rovesciandosela nel gozzo, ah come sto male, giù veleno, aaaah povera me, ancora un gallone, e via e via così.
Mi siedo su questa panchina, nel sole di autunno che volge alla fine, e non so star seduta, mi prende la smania di berne ancora una ciotola gonfia, di questo veleno.
Poi, d'un tratto, fili dorati d'erba fremono al vento, l'acqua torbida e sonora del fiume percorre la finestra del mio sguardo senza sosta, sempre nuova sempre uguale. Sono sempre stati lì, come le montagne, a guardarmi sussultare e ingozzarmi di veleno e tristezza.
Con saggia indolenza, mi sussurrano: ora basta. Smettila di bere questo intruglio. Poggia la tazza, lasciala lì, nel bidone dell'immondizia accanto alla panchina. Alzati, e un passo dopo l'altro, torna a scorrere.
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