Essere, e basta. Senza pubblico.
E' così strano. Improvvisamente ogni impresa si è svuotata di senso. Ogni avventura è uno sbiadito, inutile trofeo buono solo per la polvere. Gli obiettivi? Quali obiettivi? Quali traguardi? Quale sfida vincere?
Nessuna sfida ha molto senso, in fondo. A parte, a quanto pare, arrivare in cima, prima, più veloce, con più watt, col cazzo duro, il culo sfondato, gli occhi sbarrati, la bava alla bocca. Vero? E' questo l'obiettivo. Quello che mi hai insegnato. A me ha sempre fatto schifo. Però in più adesso anche tutto il resto ha perso colore.
Quale sfida vincere se non per vincere agli occhi degli altri? Agli occhi dei maschi, la sfida giusta per essere desiderabile. Quindi una sfida di quantità, di forza, potenza. Quindi essere figa, forte ma anche simpatica, intelligente e divertente ma anche amorevole, forte, disponibile, non troppo per i cazzi suoi, non troppo rompicoglioni. Una figa insomma. Che ti fa sgranare gli occhi perché ha fatto qualcosa di, wow, incredibile. Stupefacente. Eroico. Però presente, insomma che risponda ai messaggi, che si prenda cura delle tue esigenze di maschio che, si sa, per natura, esige.
Agli occhi delle femmine, invece, più intelligenza, arguzia, sottigliezza di pensiero e di linguaggio, cura, presenza. Performances meno strombazzanti, ma solide. Mi piacciono di più, ultimamente.
Eppure, alla fine, sono anche loro sguardi ai quali desidero piacere, e davanti ai quali mi esibisco.
Ma a me. Cosa piace. Adesso.
Essere, e basta, a prescindere dallo sguardo degli altri. Come si fa?
In tanti lo fanno - a sentir loro.
Ma secondo me, invece, si raccontano solo balle. Semplicemente, eseguono performance diverse dalle mie, per altri pubblici, altri target. Il buon padre. La brava moglie. Quello che ci sta dentro. Quella che in silenzio sa, tace, mentre le si sgretola lentamente l'anima. Queste sono performances di altissimo livello, altroché. Il lavoratore affidabile, che fa straordinari non pagati per guadagnarsi la pacca sulla spalla del capo e, si spera, se non l'aumento, almeno il rinnovo del contratto. Il bullo che deve far vedere a tutti quanto è stronzo, per tenersi stretto il misero potere che si è costruito nell'isolato. La tipa che sta facendo un percorso molto, molto profondo, di ricerca spirituale, cambiando idea e vita ogni tre mesi. Il tipo fuori dagli schemi che vive in modo alternativo perché lui ha capito tutto, e menomale che il padre imprenditore gli ha comprato casa perché sennò chissà cosa capiva. Tutti questi artisti che producono opere di... arte? E cos'è l'arte se non un grande strombazzamento agli occhi degli altri? Tutte queste persone che performano la loro stessa vita, e l'appendono al muro.
Io voglio praticarla, la vita. Voglio esisterci dentro. Senza guardarmi da fuori. Non voglio più stare al gioco di questi strumenti di auto-celebrazione ma anche di auto-decerebrazione. Voglio andarmene da questa dimensione, tornare a quella in cui si fanno le cose, punto. Anzi, una dimensione in cui si fanno cose, e questo non ci colloca in nessuna cazzo di graduatoria. Di business. Di platea. Tornare al succo delle cose, quando c'è; e al digiuno, se necessario, quando non c'è niente da succhiare.
Mi hai lasciato la disillusione, l'amarezza, la rabbia, la negatività. Ti sei preso i viaggi, la curiosità.
Adesso non voglio più questa tua eredità, ma non posso nemmeno riprendermi quello che ho buttato via. Devo trovare qualcos'altro. Adesso devo ripartire da zero, in qualche modo, inventarmi qualcosa che non so, che non ho mai saputo. Uscire dai miei labirinti mentali usuali, stracciare gli strati che mi tengono incagliata nelle mie abitudini.
Adesso devo imparare ad essere, e basta. Senza né il tuo, di sguardi, né quello di nessun altro.
Senza pubblico.
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