Cura

s. f. [lat. cūra]. – 1. a. Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività. Avere c., prendersi cdi qualcuno o di qualche cosa, occuparsene attivamente, provvedere alle sue necessità, alla sua conservazione. In agraria, ccolturali, quelle dedicate alle piante coltivate, dopo la loro nascita e nel corso della loro vegetazione (zappature, rincalzature, diradamenti, concimazioni in copertura, scerbature, cimatura, ecc.). b. Riguardo, attenzione: conservarecustodire con c.; aversi c., avere riguardi per sé stesso, e soprattutto per la propria salute.


Che cosa significa la parola e il concetto di cura per me? E come applicarla? E come evitarne le derive dannose per il mio essere?

Temi da approfondire in questo nuovo anno.


Intanto, Daniela è entrata nella mia quotidianità. Le colazioni al mattino con lei si sono rapidamente - e in modo naturale - trasformate in un momento di confronto ricco, pieno di curiosità, ascolto, rispetto, analisi dell'esitere e dell'esperire sottile come la lama di un bisturi.

E' stimolante avere a che fare con una persona radicale, sensibile, che pensa oltre le convenzioni ed è rigorosamente spietata nei confronti di soluzioni comode e troppo indulgenti. Lo trovo rigenerante e tonificante, come sciacquarsi la faccia con acqua fredda al mattino.

Come lei, molti altri elementi che riscaldano il cuore e la mente stanno di nuovo prendendo posto nel mio quotidiano. Nel mio spirito. Tutto questo mi nutre e al tempo stesso mi fa vacillare di vertigine, se penso che con te non c'era spazio per tutto questo, quasi mai, o unicamente in un dosaggio microscopico per i miei standard. Era un continuo stringere, chiudere, compattare, tenere fuori, mettere a tacere, escludere, come se ci fosse una belva enorme nella stanza, feroce e ingovernabile ma addormentata, e bisognasse fare il meno rumore possibile, non fare nemmeno quasi vibrare l'aria, non spostarsi, trattenere il fiato, pur di non svegliarla, e impedire - cosa, esattamente? - quello che sarebbe successo se l'avessimo svegliata.

Le tue paure non mi riguardano più. Ma è difficile togliersi di dosso questa sensazione impastata, pesante, che mi si è attaccata ad ogni singola cellula dell'organismo, un misto di colpa incarnata del desiderare questo tipo di scambio e intimità con persone stimolanti, di paura e allerta, di fatica, di ingiustizia, di rabbia nel non riuscire a difendere la dignità di questo desiderio, di profondo sconforto nel non capire come sia stato possibile amarti così tanto e confinarmi così tanto al tempo stesso, e finire per reputarlo giusto, necessario; e ingiusto, negativo ed egoista tutto ciò che premeva da dentro e chiedeva più giustizia ed ascolto.

Il mio essere relativista ha lasciato spazio a tutto questo: eppure questo relativismo continuo a reputarlo importante, e soprattutto, continuo a sentirlo parte integrante di me, non scindibile dalla mia indole.

Faccio ancora molta fatica a non cercare di pensare come te per evitare il conflitto. E' un meccanismo di difesa subdolo, che si lega ai recettori e diventa parte del sistema, e muta lentamente le dinamiche originarie fino a portarle ad una forma molto lontana da quella iniziale. Poi, una volta terminata la necessità quotidiana di difendersi, il sistema si trova zoppo, inceppato: il ripristino richiede molto tempo, bisogna avere pazienza, mettersi a pulire con dedizione certosina ogni singolo ingranaggio, sostituire le parti danneggiate - e lì subentra l'inceppo. Sostituirle si, ma con cosa? E' come dire a un cinese, oh, la rivoluzione culturale è finita, adesso cosa scegli? Di tornare a quello che c'era prima (quando quel prima è stato raso al suolo), o di andare avanti, ben sapendo che avanti c'è un'enormità d'ignoto totale? Un vuoto siderale, che si può riempire con tutto e il contrario di tutto.

Essere dunque così allenata a sintonizzarmi sui desideri e i bisogni altrui, è un grande alleato tanto quanto un enorme, problematico, nemico. 

Mutare forma come principio di vita, essere acqua, non opporre resistenza: nella nostra visione occidentale incentrata sul ruolo primario della forza - intesa come l'opporre un'equivalente o maggiore resistenza ad una forza data, per annientarla - questa qualità viene identificata come una debolezza, una negativa, sfortunata disabilità.

Eppure io credo ancora profondamente che sintonizzarsi e modellarsi, per prendersi cura del presente, tentare di plasmare bellezza dove possibile, e addolcire lo schifo quando rimane l'unica opzione percorribile, sia una nobile via. Accompagnare gli eventi, come un giardiniere, nel loro percorso di fioritura, con dolcezza, è quasi una pratica artistica.

Ma la natura non ha bisogno di giardinieri, né di artisti: fiorisce quando deve fiorire, le forme si estinguono al termine del loro ciclo vitale, e ogni intervento volontario può avere effetti desiderati come catastrofici. O entrambi, a seconda della finestra temporale che decidiamo di considerare. E così, modellarsi per accompagnare, diventa un cappio al collo, se lo si opera con troppo zelo, troppa ciecità e incoscienza, o con un fine sbagliato. Ci vuole una disciplina solida e profonda, un metodo, per non soccombere all'inutilità di questo gesto di cui l'universo può tranquillamente fare a meno.

Quindi bisogna selezionare, in questo nuovo inizio. Prendere tutti gli elementi, e operare una cernita capillare e ponderata, e capire cosa tenere perché ancora armonioso, giusto, vero, e cosa è invece superfluo, inutile o addirittura dannoso. Operare questa potatura e questo giardinaggio interiore, questa manutenzione straordinaria sui meccanismi del sistema interno. Aprire la confezione di questo bisturi affilatissimo, e iniziare a incidere, con estrema precisione. Prendere questo scatolone di fotografie, e, pazientemente, sfogliarle una ad una, alleggerendo, sfoltendo l'accumulo che soffoca e toglie luce e ossigeno ai rami, alle gemme in potenza, alla primavera che verrà. 

Definire cos'è Cura, togliendo cosa non è.

Cura non è accudimento. 

Non è fornire all'altro ciò che l'altro non riesce a fare da sé.

Non è renderlo dipendente dal proprio sostegno. 

Non è una valuta di scambio per garantire al proprio ego un ritorno d'amore, gratitudine, senso e valore. 

Non è un abito da indossare per sentirsi più virtuosi.

Non è un pretesto per evitare il conflitto a tutti i costi, non è una strategia che necessita l'annientamento di tutti i nostri punti fermi, di tutti i nostri confini, delle nostre peculiarità.

Non è un processo che garantisce un risultato conforme alle nostre aspettative.

Non è un processo che serve ad ottenere un risultato.

E' una danza, fluida, arrendevole, potente, una forza che non si oppone ma che scorre, come l'acqua del fiume, una forza multiforme, dinamica, viva.


Comments

Popular posts from this blog

Cane senza testa

Ingolfamento